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5. Il mondo arabo: un banco di prova

Se non ci fosse stato l’11 settembre, probabilmente pochi avrebbero prestato attenzione alle conclusioni dello studio di un gruppo di ricercatori arabi incaricati dall’United Nations Development Program di redarre il primo Rapporto sullo sviluppo umano nel mondo arabo. La tesi di fondo del rapporto è che i bassi livelli di sviluppo raggiunti dai paesi arabi (l’Undp utilizza uno speciale «indice dello sviluppo umano» che include, oltre al reddito pro capite, indicatori come la speranza di vita, il tasso di frequenza scolastica e l’alfabetizzazione degli adulti) sono attribuibili a tre deficit fondamentali: libertà, emancipazione delle donne, conoscenza. In particolare, per quanto riguarda le libertà, i paesi arabi compaiono in basso alla classifica mondiale per quel che concerne il rispetto dei diritti civili e politici. Anche quando sono formalmente garantiti dalla Costituzione, i diritti umani non vengono rispettati nella pratica, spesso sotto la giustificazione di situazioni emergenziali. La partecipazione politica è generalmente molto bassa e sono quasi del tutto assenti esempi di democrazia effettiva.

Western-style Democracy
Can Work Well Here

2002 2003
% %
Nigeria 79 75
Lebanon 75 71
Jordan 63 69
Pakistan 44 57
Turkey 43 50
Indonesia 64 41

Kuwait -- 83
Marocco -- 64
Palest. Auth. -- 54

Ivory Coast 89 --
Senegal 88 --
Uzbekistan 81 --
Uganda 81 --

Ghana 76 --
Mali 76 --
Tanzania 64 --
Bangladesh 57 --

Per i paesi arabi la democrazia non è solo una condizione essenziale per lo sviluppo economico e umano, è anche una delle aspirazioni più diffuse tra i propri cittadini. Secondo un rapporto del Pew Research Centre for the People and the Press, basato su due sondaggi condotti rispettivamente su 38 mila persone in 44 paesi nel 2002 e su 16 mila persone in 20 paesi nel maggio 2003, ampie maggioranze nei paesi musulmani sostengono che un modello occidentale di democrazia può funzionare bene nei loro paesi e accordano notevole importanza alla libertà di espressione e alle elezioni come metodo di scelta del Governo, nonostante l’ampia diffusione di sentimenti antiamericani e il sostegno ad Osama Bin Laden riscontrato dagli stessi sondaggi.
A risultati analoghi giunge lo studio condotto sui dati del World Value Study, un progetto basato su una serie di sondaggi condotti in più di 70 paesi tra il 1995 e il 2001, da Pippa Norris e Ronald Inglehart per l’Università di Harvard.
Parlando della necessità che il processo di democratizzazione, per essere effettivo, non si limiti alle riforme istituzionali, ma sia teso a consentire l’attiva partecipazione politica dei cittadini, il Rapporto sullo sviluppo umano nel mondo arabo si sofferma sulla necessità di promuovere media indipendenti e responsabili nei paesi della regione. «Ogni società è libera nella misura in cui sono liberi i suoi media. Alcuni paesi arabi hanno fatto importanti passi avanti nella promozione della libertà di espressione rispetto alla stampa, anche se il controllo statale sulle televisioni – che raggiungono ampi segmenti della società, compresi gli analfabeti – resta esteso. Dal rapporto sulla libertà di stampa del 2001 di Freedom House risultava come, secondo i criteri utilizzati dalla Ong americana per valutare il grado di indipendenza della stampa e degli altri media, non un solo Stato arabo aveva media davvero liberi. Solo tre Stati avevano media giudicati come parzialmente liberi, il migliore dei quali era il Kuwait; quelli degli altri paesi arabi erano classificati come “non liberi”».
Il mondo dei media dei paesi arabi ha tuttavia attraversato nel corso degli anni ’90 una rivoluzione di cui il mondo si è accorto, ancora una volta, soltanto dopo l’11 settembre, grazie ai messaggi video di Osama Bin Laden trasmessi sugli schermi di una televisione satellitare dal nome esotico: Al-Jazeera. Secondo l’editorialista del New York Times Thomas Freedman, Al-Jazeera «non è soltanto il più grande fenomeno mediatico a colpire il mondo arabo dall’avvento della televisione, è anche il più grande fenomeno politico». Proprio grazie alla tecnologia utilizzata, la trasmissione via satellite, Al-Jazeera sfugge al controllo degli Stati e riesce a raggiungere un’audience potenziale di decine di milioni di persone disperse su un territorio vastissimo.
Anche se esistono una dozzina di televisioni in lingua araba che trasmettono via satellite, alcune con livelli di ascolto pari a quelli di Al-Jazeera, l’emittente nata nel 1996 grazie ad un finanziamento iniziale di 140 milioni di dollari da parte del Governo del Qatar, un piccolo e ricco Stato del Golfo Persico, si è in breve tempo affermata come l’emittente più popolare grazie allo stile innovativo dei suoi programmi e a un’informazione senza censure. Al-Jazeera ha infatti introdotto uno stile giornalistico provocatorio e innovativo, nuovi formati televisivi come il talk show con le telefonate in diretta dei telespettatori, e discussioni su questioni considerate tabù per i media arabi come la poligamia, la condizione della donna e i fallimenti delle autocrazie arabe. Al-Jazeera ha un atteggiamento molto critico nei confronti degli Stati arabi e sottopone le loro classi dirigenti a una critica pubblica finora sconosciuta in un territorio in cui le emittenti televisive sono tradizionalmente sotto il controllo dei governi. Per queste sue caratteristiche Al-Jazeera è vista da molti come uno strumento di democratizzazione e sviluppo del mondo arabo.
Tuttavia, i consensi non sono unanimi. Mentre i sostenitori (vedi gli articoli pubblicati sul sito Internet del Transnational Broadcasting Studies Journal dell’Università del Cairo) sottolineano il fatto che Al-Jazeera è costantemente oggetto di critiche feroci e minacce da parte dei regimi autocratici arabi, ha introdotto trasmissioni che mettono a confronto punti di vista opposti («L’opinione e l’altra opinione» è lo slogan dell’emittente oltre che il nome di uno dei suoi più popolari talk show), ha dato voce per la prima volta nella storia dei media arabi a rappresentanti dello Stato di Israele e degli Stati Uniti, i critici sottolineano la tendenziosità e faziosità dei giornalisti, l’uso di tecniche sofisticate di manipolazione del messaggio (attraverso il linguaggio e l’immagine), la presenza di un giornalismo sensazionalistico e infiammatorio.
L’analisi critica più nota della programmazione di Al-Jazeera è quella svolta da Fouad Ajami, direttore del programma di Studi Mediorientali della John Hopkins University, in un articolo apparso sul New York Times Magazine. Dopo aver descritto a lungo alcuni dei programmi dell’emittente, Ajami scrive: «Rispetto ad altri media arabi, Al-Jazeera può essere considerata più indipendente, ma è anche più infiammatoria. Il lato oscuro della visione panaraba del mondo è una miscela aggressiva di antiamericanismo e antisionismo, e queste ostilità guidano la copertura giornalistica dell’emittente, sia che essa stia dando conto della sollevazione in Palestina sia che stia informando sui raid americani sull’Afghanistan. Anche se Al-Jazeera è stata a volte apprezzata in Occidente perché considerata un mezzo di informazione arabo autonomo, sarebbe un errore considerarla corretta e responsabile. Giorno dopo giorno, Al-Jazeera alimenta le fiamme dell’oltraggio musulmano».
Muhammad I. Aysh, capo del Dipartimento di comunicazione dell’Università di Sharjah (Emirati Arabi Uniti), ha sottoposto la programmazione di tre emittenti satellitari panarabe – Al-Jazeera, il Syrian Satellite Channel e Abu Dhabi Satellite Channel – a un’analisi sia quantitativa che qualitativa. Dai dati ricavati è emerso come tutte e tre le emittenti satellitari dedicassero moltissimo tempo alle notizie politiche, in particolare alla copertura di eventi che coinvolgono l’intero mondo musulmano, anzitutto il conflitto israelo-palestinese. Sebbene Al-Jazeera mostrasse alcune caratteristiche proprie del giornalismo televisivo occidentale, anzitutto nello stile, nei format utilizzati e nella maggiore indipendenza nella scelta e nel confezionamento delle notizie, come scrive Ayish, «quando si arriva alle questioni che godono del consenso panarabo, l’obiettività consistente nel dar conto in modo bilanciato dei punti di vista opposti è quasi inesistente. La copertura della rivolta palestinese è un caso tipico». «Tutte le emittenti» prosegue Ayish «usavano il termine “martire” per indicare i palestinesi uccisi dal fuoco israeliano nel corso di scontri violenti. Gli israeliani, dall’altra parte, venivano chiamati gli “aggressori”». La tendenziosità del frame delle notizie riguardava anche altri aspetti della copertura televisiva, come illustrato nell’articolo.
Il Governo americano ha più volte protestato con l’emittente e con il Governo del Qatar per la decisione di trasmettere le videocassette registrate di Osama Bin Laden. Gli appelli di Bin Laden alla Jihad contro l’America, infatti, costituiscono secondo l’Amministrazione incitazioni alla violenza, una fattispecie che secondo la legislazione di molti Stati occidentali consente interventi censori da parte dello Stato. Secondo il Governo degli Stati Uniti, inoltre, i video di Bin Laden potrebbero nascondere messaggi in codice diretti ad altre cellule terroristiche in giro per il mondo.
Il Governo degli Stati Uniti è arrivato ad accusare Al-Jazeera di sostegno ai gruppi terroristici presenti in Iraq e di collusione con Al-Qa‘ida sulla base di alcune evidenze riportate anche dalla stampa internazionale.
Il caso di Al-Jazeera evidenzia come, per avere mezzi di informazione in grado di promuovere società libere e democratiche, l’indipendenza non è l’unico requisito necessario. Il Rapporto sullo sviluppo umano nei paesi arabi ancora una volta centra un nodo essenziale lì dove afferma:

Lavorare per mass media liberi deve costituire un obiettivo importante di riforma per tutti i paesi arabi. Allo stesso tempo, ogni paese necessita di salvaguardie contro l’abuso dei diritti. Quello che è necessario è un sistema di pesi e contrappesi che assicuri che la società e i media cooperino per preservare i diritti dei cittadini, inclusa la protezione degli individui e delle istituzioni dal giornalismo irresponsabile e da attacchi ingiustificati da parte dei media.
Leggi sulla diffamazione efficaci, una pressione proveniente dalla competizione tra i media per assicurare che l’etica professionale sia preservata, e uno scrutinio attivo da parte della società civile delle attività dei media sono il complemento essenziale della libertà di espressione. Le riforme dovrebbero includere un pacchetto bilanciato di misure legali, professionali e sociali per migliorare sia la libertà che la responsabilità qualitativa dei media arabi quali ingredienti essenziali per far avanzare la democrazia nella regione.

Una prospettiva è quella proposta da Emma Bonino: la creazione di una BBC in lingua araba. «La vedrebbero 200 milioni di arabi, per i quali sarebbe l’alternativa ad Al-Jazeera. Dando spazi e credito a opzioni politiche democratiche». In questa direzione si sta muovendo già da tempo il Broadcasting Board of Governors, il quale è riuscito ad ottenere da parte del Congresso americano lo stanziamento di 32 milioni di dollari per dar vita ad un canale satellitare in lingua araba. La nuova emittente ha iniziato le sue trasmissioni a febbraio dalla città di Springfield, Virginia, verso 22 paesi dell’area mediorientale. Si chiama Al-Hurrah Tv, che significa «tv libera», il più ambizioso progetto di informazione internazionale sponsorizzato dal Governo americano da quando Voice of America iniziò le sue trasmissioni nel 1942. Come tutte le emittenti gestite dal Broadcasting Board of Governors gode di indipendenza editoriale. Tuttavia, sono in molti a mettere in discussione l’efficacia dello strumento. I telespettatori arabi, infatti, sono molto sospettosi verso qualsiasi cosa provenga dal Governo degli Stati Uniti. Marc Lynch, ad esempio, sostiene in un articolo apparso su Foreign Affairs che «un’emittente televisiva satellitare araba sponsorizzata dagli Stati Uniti avrebbe difficoltà a conquistarsi un mercato (…) dato che ogni contenuto politico sarebbe automaticamente screditato come propaganda, e le stazioni satellitari esistenti coprono di già la domanda di video musicali, reality shows e programmi di intrattenimento di massa (…). Il fatto è che i nuovi media arabi, sia la televisione che la stampa, sono più che alla pari rispetto ad ogni tentativo di cultura popolare alternativa che gli Stati Uniti possono realizzare. [Quello che serve invece] è un approccio totalmente differente alle attuali interazioni degli Stati Uniti con la regione, un approccio che parli con gli arabi piuttosto che agli arabi e che tenti di coinvolgere piuttosto che manipolare.»
Lynch suggerisce agli Stati Uniti di utilizzare i media transnazionali già esistenti per aprire canali di dialogo con il mondo islamico. Negli anni ’90, infatti, grazie alla nascita delle televisioni satellitari, il mondo arabo ha visto nascere al suo interno una nuova sfera pubblica panaraba in cui si svolge un vivace e vibrante dibattito animato da un’elite intellettuale che gli Stati Uniti dovrebbero riuscire a coinvolgere in un dialogo a due direzioni. «Apparizioni frequenti di esponenti americani sui media arabi potrebbero avere un effetto salutare semplicemente cambiando la cerchia dei partecipanti e lo stile delle argomentazioni (…). Potrebbero aprire per gli intellettuali arabi più influenti spazi per smarcarsi dagli estremi, delimitando una nuova e ragionevole via di mezzo».
Dato che «la maggior parte degli arabi è dolorosamente consapevole dei problemi urgenti che il mondo arabo ha di fronte», conclude Lynch, «l’obiettivo della politica americana deve essere quello di trovare il modo per coinvolgere questo tipo di opinione pubblica, desiderosa di riforme ma sospettosa e risentita nei confronti del potere americano». Per far questo, «gli Stati Uniti dovrebbero iniziare affrontando il consenso quasi unanime sull’insincerità della richiesta americana di democrazia. (…) L’obiettivo dovrebbe essere l’affermazione degli Stati Uniti, attraverso le parole e i fatti, come alleati del pubblico arabo nelle sue domande di riforme liberali, piuttosto che fare di queste riforme imposizioni esterne».

6. Conclusioni

A conclusione di questa panoramica sugli esperimenti e il dibattito a livello internazionale sull’uso dei mass media per promuovere la pace, la sicurezza e la democrazia, proviamo a trarre alcune conclusioni e proposte. Un problema centrale, sottolineato da molti degli interventi riportati in questo articolo, è certamente quello della credibilità. Nessun messaggio può essere efficace, non importa quanto ben confezionato e distribuito esso sia, se il medium che lo veicola non è credibile. Di qui lo scetticismo sollevato da molti osservatori nei confronti delle emittenti internazionali finanziate dagli Stati, e in particolare rispetto alla nuova emittente televisiva satellitare in lingua araba finanziata dagli Stati Uniti.
A mio avviso, la soluzione al problema di credibilità delle emittenti internazionali finanziate dagli Stati deve essere risolto alla radice, recidendo il legame attualmente esistente tra le legittime politiche nazionali degli Stati e gli strumenti di informazione internazionale. Il divario esistente nel mondo arabo tra la diffusa ammirazione per il modello democratico di governo e le libertà fondamentali, da una parte, e il crescente antiamericanismo, dall’altra, evidenzia la necessità di separare le politiche di promozione della democrazia e dei diritti dai condizionamenti e gli interessi di tipo nazionale che necessariamente accompagnano ogni politica estera concepita e condotta dai singoli Stati. Quest’esigenza è ancora più avvertita in un campo come quello dell’informazione, la cui forza immateriale è tutta fondata sui meccanismi della credibilità garantiti dall’indipendenza editoriale e da un autentico impegno nella ricerca della verità e nella promozione di un dibattito libero e aperto.
La cornice istituzionale più adeguata per lo sviluppo delle politiche di libera circolazione delle idee attraverso gli strumenti di comunicazione transnazionali è quello della Community of Democracies, un gruppo di Stati democratici che si sono dati l’obiettivo, formalizzato nelle dichiarazioni di Varsavia del 2000 e di Seoul del 2002, di lavorare insieme per promuovere la diffusione e il rafforzamento della democrazia nel mondo.
Abbiamo visto come anche una proposta minima come quella della creazione di un’unità per la pianificazione operativa e il supporto all’informazione pubblica delle Nazioni Unite, avanzata nel Rapporto Brahimi, non abbia trovato alcuna applicazione, nonostante dichiarazioni in tal senso rilasciate dal segretario generale Kofi Annan. Le Nazioni Unite non dispongono di propri strumenti di trasmissione dell’informazione a livello internazionale e gli ostacoli burocratici, così come le resistenze degli Stati dittatoriali, che tenterebbero di ostacolare in ogni modo progetti in grado di indebolire il proprio potere, rendono del tutto improbabile la creazione di un apparato di informazione internazionale efficace all’interno dell’Onu.
La Comunità delle democrazie potrebbe al contrario coordinare gli sforzi e le risorse che già ora molti degli Stati democratici investono nelle trasmissioni internazionali. Attualmente, restringendo l’attenzione alla sola Unione Europea, dispongono di emittenti radiofoniche o televisive dirette a Stati esteri attraverso programmi in lingua locale la Gran Bretagna con la BBC World Service, la Francia con Radio France International, la Germania con Deutsche Welle, l’Austria con Radio Austria International, la Finlandia con Radio Finland, la Grecia con ERA-5, l’Italia con Rai International e Rai Med, l’Olanda con Radio Nederland Wereldomroep e la Spagna con Radio Esteriore de Espana. La proliferazione di tante emittenti finanziate dai singoli Stati ha creato una situazione di spreco, ridondanza ed inefficacia. A causa della scarsità dei fondi diretti a queste attività, molte delle emittenti elencate trasmettono i propri programmi soltanto per poche ore al giorno, con uno staff sottodimensionato e nessuna pianificazione strategica. In un mondo di rapida evoluzione delle tecnologie dell’informazione e di innovazione delle forme della comunicazione globale, gli apparati di informazione internazionale dei singoli Stati stanno diventando velocemente relitti del passato, apparati burocratici tenuti in vita soltanto per forza di inerzia. Anche negli Stati Uniti, dove le risorse e gli investimenti sono maggiori, emittenti come Voice of America, Radio Free Asia e Radio Free Europe trasmettono programmi nella stessa lingua diretti alle stesse popolazioni, dando vita a quella che è stata descritta come una «babele di emittenti», e a costosi ed inutili sprechi. I paesi democratici dovrebbero coordinarsi tra loro e progettare uno sforzo comune per dotare tutti i paesi privi di media realmente indipendenti degli strumenti per la libera circolazione e diffusione delle informazioni. Queste emittenti internazionali dovrebbero avere a disposizione ingenti risorse per poter utilizzare le ultime innovazioni tecnologiche, assumere i migliori giornalisti disponibili in loco o provenienti dalle diaspore, condurre continue ricerche sull’audience al fine di calibrare al meglio il messaggio rispetto alle esigenze dei riceventi.
La Comunità delle democrazie rappresenta certamente il contesto ideale per un simile progetto. L’informazione internazionale potrebbe rappresentare il primo terreno di collaborazione tra i governi democratici e la prima realizzazione degli obiettivi di promozione, diffusione e rafforzamento della democrazia stabiliti nella Dichiarazione di Varsavia e nel Piano di azione di Seoul. Proprio perché generalmente sottovalutata nelle sue potenzialità, l’informazione internazionale incontrerebbe meno gelosie nazionali e minori resistenze da parte delle diplomazie dei singoli Stati. Una pratica decennale e la diffusa accettazione della loro legittimità dal punto di vista legale, rendono le trasmissioni internazionali uno degli strumenti di promozione della democrazia in grado di incontrare minori resistenze rispetto al principio di non intervento negli affari interni degli Stati nazionali.
Il programma di libera circolazione delle informazioni non dovrebbe limitarsi alle trasmissioni internazionali attraverso il coordinamento delle emittenti esistenti o la creazione di nuove stazioni, ma dovrebbe includere tutte le fattispecie di «interventi di informazione» elencati nel paragrafo 4: dal monitoraggio dei media all’oscuramento delle emittenti che propagandano l’odio e la violenza, dalle trasmissioni di pace al sostegno ai media locali indipendenti.
Il limite cui gli interventi di informazione vanno incontro è tuttavia anche quello evidenziato da Rami G. Khouri rispetto alla diffusione delle emittenti televisive satellitari transnazionali nel mondo arabo: «non hanno nessun impatto significativo sulla cultura politica araba o sui meccanismi decisionali delle élite arabe esistenti. Questo perché le attività dei media nella regione sono totalmente separate dal processo politico. Un telespettatore arabo che potrebbe cambiare il proprio modo di pensare a causa delle cose che vede in televisione non ha alcuno strumento effettivo per tradurre le sue opinioni in azioni politiche».
Laddove ci si trova di fronte a paesi dittatoriali o non liberi, il tentativo – non potendo essere quello di aiutare il processo di transizione democratica, inesistente – deve essere quello di mettere a disposizione dell’opposizione democratica interna gli strumenti dell’informazione. In particolare, l’obiettivo strategico dovrebbe essere quello di consentire la crescita e l’affermazione di un movimento democratico e nonviolento di opposizione al regime. Dato che i mezzi della lotta politica prefigurano i fini che verranno raggiunti – come dimostrano decenni di lotte di liberazione indipendentiste tradottesi in affermazione di caste politiche militari e nella proliferazione di colpi di Stato, guerriglie endemiche e conflitti civili – la lotta politica nonviolenta è l’unica in grado di assicurare, in caso di vittoria, le condizioni di affermazione della democrazia.
L’azione nonviolenta è quindi il processo politico che gli strumenti di informazione devono alimentare e sostenere laddove gli istituti dello Stato di diritto sono inesistenti, diffondendo il più possibile le informazioni sulle iniziative in favore della democrazia e della legalità condotte dai dissidenti interni, dalla Comunità internazionale e dalle Organizzazioni Nongovernative. L’azione nonviolenta, inoltre, è la tipologia di lotta politica che può ricevere maggiore beneficio da una libera circolazione dell’informazione, dato che la sua forza si basa sulla messa in discussione dei meccanismi di consenso delle dittature e sul coinvolgimento dell’opinione pubblica in azioni in grado di mettere in crisi i meccanismi di collaborazione della popolazione con lo Stato.
La creazione di un programma internazionale per gli interventi di informazione necessita dell’iniziativa non solo degli Stati, o di gruppi di Stati come la Comunità della democrazia, ma del coinvolgimento attivo delle Organizzazioni Nongovernative, dei media privati transnazionali, dei giornalisti, dei dissidenti interni e degli elementi più attivi delle diaspore provenienti da paesi dittatoriali. Solo la collaborazione attiva tra tutti questi soggetti potrà garantire l’impegno, le risorse, le conoscenze e la creatività necessarie a condurre un’azione davvero efficace di promozione della democrazia attraverso la libera circolazione internazionale dell’informazione e delle idee.


Diego Galli
d.galli@radioradicale.it


NOTE DI PAGINA:
1 Thomas L. Friedman, «The American Idol», The New York Times, 11 June 2002.
2 J. S. Nye, «I paradossi del potere americano: Perché l’unica superpotenza non può più agire da sola», Einaudi, 2002, p. 13.
3 W. Lance Bennett, «The Media and Democratic Development», in P. H. O’Neil, «Democratization and Mass Communication», in Id. (ed.), «Communicating Democracy. The Media and Political Transitions», Lynne Rienner Publishers, Boulder, 1998, p. 200.
4 E. Gilboa, «Global Communication and Foreign Policy», in Journal of Communication, December 2002.
5 J. Metzl, «Netwok Diplomacy», in Georgetown Journal of International Affairs, Winter/Spring 2001.
6 D. Bollier, «The Rise of Netpolitik. How the Internet is Changing International Politics and Diplomacy», A Report of the Eleventh Annual Aspen Institute Roundtable on Information Technology, 2003, p. 39.
6 «Finding America’s Voice: A Strategy for Reinvigorating U.S. Public Diplomacy», Report of an Indipendent Task Force sponsored by the Council on Foreign Relations, 2003, disponibile sul sito Internet www.cfr.org.
7 J. S. Nye, «Bound to Lead: The Changing Nature of American Power», Basic Books, 1990.
8 «What is Public Diplomacy?», U. S. Information Agency Alumni Association, September 1, 2002.
9 «Finding America’s Voice» cit.
10 Cfr. «Changing Minds, Winning Peace. A New Strategic Direction for U.S. Public Diplomacy in the Arab and Muslim World», Report of the Advisory Group on Public Diplomacy for the Arab and Muslim World, 2003.
11 The Pew Research Center for the People and the Press, «What the World Thinks in 2002», Pew Global Attitudes Project, December 4, 2002.
12 The Pew Research Center for the People and the Press, «America’s Image Further Erodes, Europeans Want Weaker Ties», Pew Global Attitudes Project, March 18, 2003.
13 Indonesia, Giordania, Kuwait, Libano, Marocco, Nigeria, Pakistan, Turchia, Autorità Palestinese.
14 Pew Research Center for the People and the Press, «Views of a Changing World 2003», Pew Global Attitudes Project, June 3, 2003.
15 «Changing Minds, Winning Peace. A New Strategic Direction for U.S. Public Diplomacy in the Arab and Muslim World», Report of the Advisory Group on Public Diplomacy for the Arab and Muslim World, 2003.
16 Cfr. Jeff Kojac, «Disinformation on Iraq», the Washington Times, 29 September 2003.
17 Cfr. «Finding America’s Voice», cit.
18 «Changing Minds, Winning Peace», cit., p. 15.
20 David Hoffman, «Beyond Public Diplomacy», in Foreign Affairs, n. 2, March/April 2002.
21 T. Besley and A. Prat, «Handcuffs for the Grabbing Hand? Media Capture and Government Accountability», London School of Economics and Political Science, 2001.
22 Cfr. R. Islam (ed.), «The Right to Tell: the Role of Mass Media in Economic Development», World Bank, 2002.
23 Brunetti and B. Weder, «A Free Press is Bad News for Corruption», University of Basel, 1999.
24 Leonard R. Sussman and Karin Deutsch Karlekar (eds.), «The Annual Survey of Press Freedom 2002», Freedom House, 2002.
25 Jamie Metzl, «Information Interventions: When Switching Channels isn’t Enough», in Foreign Affairs, November/December 1997.
26 Cfr. «Defining Information Intervention: An Interview with Jamie Metzl», in Monroe E. Price and Mark Thompson (eds.), «Forging Peace. Intervention, Human Rights and the Management of Media Space», Indiana University Press, Bloomington, 2002.
27 Vedi in proposito: Eric Blinderman, «International Law and Information Intervention», in Monroe E. Price and Mark Thompson (eds.), cit., pp. 114-5; Bruce Kessler, «Politics Among the Airwaves: An Analysis of Soviet and Western Perspectives on International Broadcasting and the Right to Exchange Ideas and Information Regardless of Frontiers», in Houston Journal of International Law 7, 1985, p. 237 e 248; Monroe E. Price, «Public Diplomacy and Transformation of International Broadcasting», in Comparative Media Law Journal, n. 1, January-June 2003, p. 85.
28 Omar Javier Arcia, «War over the Airwaves: A Comparative Analysis of U.S. and Cuban Views on International Law and Policy Governing Transnational Broadcasters», in Journal of Transitional Law and Policy, vol. 5, 1996, p.199.
29 Cfr. Bernard Miyet, «Public Information in United Nations Peacekeeping Operations», in Rivista Italiana di Comunicazione Pubblica, n. 2, 1999.
30 Monroe E. Price and Mark Thompson (eds.), «Forging Peace. Intervention, Human Rights and the Management of Media Space», pp. 55-6.
31 «Views of a Changing World», cit.
32 Pippa Norris and Ronald Inglehart, «Islam & the West. Testing the “Clash of Civilizations” Thesis», Harvard University, 2002.
33 Si tratta del Middle East Broadcasting Center, del Lebanon Entertainment Network, di Abu Dhabi Television e di Al-Arabiya.
34 Tunisia, Libia, Giordania, Egitto, Marocco, Mauritania e Kuwait sono arrivati a ritirare temporaneamente i propri ambasciatori dal Qatar per protesta contro informazioni critiche nei confronti dei loro governi diffuse da Al-Jazeera.
35 Fouad Ajami, «What the Muslim World is Watching», the New York Times Magazine, 18 November 2001.
36 Muhammad I. Aysh, «Political Communication on Arab World Television: Evolving Patterns», in Political Communication, n. 2, 2002, p. 150.
37 I media applicano agli eventi di cui danno conto un frame, o cornice di senso. Secondo le parole di Entman il framing è «rendere alcuni aspetti della realtà più salienti in un testo in modo da promuovere una particolare “definizione del problema”, un’interpretazione causale, una valutazione morale e/o una raccomandazione su come trattare la questione descritta».
38 Roman Kupchinsky, «Walking a Fine Line: The Media and Terrorism», Radio Free Europe/Radio Liberty, October 9, 2003.
39 The United Nations Development Program and the Arab Fund for Economic and Social Development, «Arab Human Development Report 2002», New York, United Nations Publications, 2002, p. 108.
40 «All’Iraq servono acqua e luce, ma soprattutto idee», intervista a Il Riformista, 19 aprile 2003.
41 Marc Lynch, «Taking Arabs Seriuosly», in Foreign Affairs, September 2003.
42 Rai International trasmette programmi in lingua albanese, aramaica, araba, bulgara, croata, cecena, ungherese, lituana, polacca, rumena, russa, serba, slovacca, slovena, somala, turca, ucraina e in esperanto.
43 Cfr. Mark Hopkins, «A Babel of Broadcasts», in Columbia Journalism Review, July/August 1999.
44 Rami G. Khouri, «Arab Satellite Tv: Promoting Democracy or Autocracy?», Jordan Times, 9 May 2001.
45 Gene Sharp, «From Dictatorship to Democracy. A Conceptual Framework for Liberation», the Albert Einstein Institution, 2003.
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