Intervista ad Alessandro Esposito, pastore valdese di Trapani e Marsala, e a Paolo Patanè, presidente Arcigay.
Una sera come tante in un pub, parole dette sottovoce nell’incessante brusio di sottofondo. Tra una chiacchiera e l’altra, qualcuno sussurra, con un tono ancora più basso, quasi a voler sfidare l’attenzione e le capacità uditive dei propri interlocutori: “sapete che a Marsala qualche giorno fa si sono sposate due donne?”. Attimo di silenzio, poi tantissima curiosità, centinaia di domande frullano tutte insieme nella testa. Ma non era vietato? Due donne? In Sicilia? In una Chiesa? Ma soprattutto, come mai la notizia non si è saputa in giro? “No, le due donne hanno chiesto a tutti di mantenere il massimo riserbo – taglia corto l’unico del gruppo al corrente dei fatti – e così è stato”. Va bene, le novelle spose hanno voluto proteggere la privacy del giorno più importante della loro vita. Giusto e legittimo. È così che ci mettiamo alla ricerca del ministro di Dio che ha celebrato le nozze. E la ricerca conduce ad Alessandro Esposito, pastore della comunità Valdese di Trapani e Marsala. Anche a lui è stato chiesto di mantenere il riserbo sull’episodio. Allora proviamo a capire cosa è scattato nel cuore dell’uomo, e del pastore d’anime, per portarlo a celebrare una funzione così atipica. Ci va cauto con le parole, non parla di “matrimonio”. Lui ha incontrato due donne che si amavano. E ha benedetto la loro unione. La fa meravigliosamente facile, Alessandro Esposito. Lo senti parlare d’amore con lo stesso affetto e la stessa soddisfazione con cui un bambino costruisce per la prima volta un puzzle. Tassellino dopo tassellino.
Pastore Esposito, qual è la sua definizione di amore?
“Beh, incominciamo con una domanda piuttosto impegnativa. Se dovessi abbozzare una risposta proverei a ribaltare l’interrogativo. Ovverosia: credo che ciò che di più improprio si possa fare nei confronti dell’amore sia confinarlo nell’angusto perimetro di una definizione. L’amore, difatti, è per antonomasia traboccante, eccedente, ulteriore: ecco perché nei vangeli Amore è l’unico nome attribuibile a Dio, il quale, non a caso, si sottrae ad ogni identificazione, fuorché, per l’appunto, a quella che lo designa come Amore”.
Dove sta il confine tra amore giusto e amore sbagliato?
“L’amore è amore e, come tale, non conosce barriere: a tracciare confini non è lui, siamo noi. Per lo stesso motivo, aggiungo, a sbagliare siamo noi e non lui: e sbagliamo proprio nel momento in cui pretendiamo di imporgli dei limiti che, come tali, sono nostri e non suoi. In sostanza, credo che siamo più noi a creare problemi all’amore che non viceversa”.
Qualcuno la definisce una malattia, qualcun altro un peccato, altri ancora una tendenza che va di moda in questo secolo. Cos’è, secondo lei, l’omosessualità?
“Per procedere nella direzione che stiamo cercando, insieme, di delineare, risponderei che l’omosessualità è uno dei molteplici volti dell’amore: come tale, possiede pari diritti e pari dignità rispetto a tutti gli altri. Dire che sia malattia è frutto dell’ignoranza. Affermare che si tratti di peccato è conseguenza di un fondamentalismo ottuso. In ambo i casi si tratta di una mancanza di sensibilità che mi avvilisce e mi indigna. Certo dovrebbe far riflettere il fatto che ambedue queste definizioni continuino ad attecchire in seno a svariati contesti ecclesiastici. Credo che sia giunto il momento di dire, senza ambiguità e tentennamenti, che a dover compiere un cammino di conversione non sono certo le persone omosessuali, quanto, piuttosto, le chiese. Credo sia tempo di riparare, non con futili esternazioni, ma con gesti concreti e pronunciamenti chiari, all’ingiustizia messa in atto attraverso secoli di pregiudizi ingiustificati e di condanne inescusabili. Sperando che queste sorelle e questi fratelli vogliano accordarci quel perdono che abbiamo il dovere, umano prima ancora che morale, di chiedere loro”.
”Maschio e femmina li creò” e a quello si appella la Chiesa Cattolica, contro le unioni omosessuali. Ma l’amore non dovrebbe stare al di sopra di tutto?
“Difatti è così. Spesso però mi è capitato di constatare che lo spirito del Vangelo venga colto assai più in profondità da quante e quanti non si riconoscono in una struttura ecclesiastica: a molte e molti di costoro sono debitore per il mio cammino di uomo e di discepolo. In fondo, il Vangelo, consiste in un percorso di umanizzazione: perché umani non si è, umani si diventa. La pratica quotidiana del Vangelo dovrebbe semplicemente insegnarci ad essere ciò che diciamo di essere e che, in relatà, non siamo: umani. E chi riconosce che l’amore sta al di sopra di tutto, del Vangelo ha già compreso l’essenziale”.
Sesso e religione: è giusto che questi due universi, estremamente intimi e privati, s’incontrino?
“Certamente: direi che si tratta di un incontro auspicabile, per quanto mi sembri, in generale, piuttosto di là da venire. Inutile dire che, perché possa aver luogo un incontro proficuo tra queste due dimensioni del vivere, gli impedimenti maggiori provengono dall’ambito religioso. La sessualità appartiene alla sfera intima e, come tale, inviolabile, dell’individuo: la religione, pertanto, se vuole porsi al servizio delle donne e degli uomini, dovrebbe limitarsi a riconoscerla e a rispettarla, senza emettere sentenze. Sessualità è relazione (va da sé, tra persone adulte): pertanto, si tratta di una dimensione che va educata, non certo elusa e men che meno demonizzata. E il cammino che molte chiese, in tal senso, devono percorrere, mi sembra ancora lungo”.
Quello tra le due donne è stato il primo matrimonio gay che ha celebrato?
“Si, ma qui è necessario operare alcuni distinguo: a incominciare dal fatto che quella che abbiamo celebrato presso la chiesa valdese di Trapani e Marsala è propriamente una benedizione, nel senso che non ha alcun effetto civile. Questo perché lo Stato italiano, al momento, non riconosce alcun diritto alle coppie di fatto, omosessuali come eterosessuali. Ritengo essenziale, però, sottolineare che tale celebrazione è stata resa possibile da molteplici fattori: vorrei citarne soltanto tre. Il primo è rappresentato dalla disponibilità delle comunità valdesi di Trapani e Marsala, di cui ho il privilegio di essere pastore, le quali hanno dimostrato estrema apertura e sensibilità, sfidando convenzioni e consuetudini. Il secondo consiste nell’estrema maturità teologica, etica ed ecclesiologica dimostrata dalla Chiesa Valedese nel suo insieme, poiché si tratta di una realtà in cui il confronto ed il dibattito sono sempre consentiti e tutelati. Il terzo fattore, infine, lo individuo nel mio percorso biografico, che ha potuto giovarsi del sostegno delle comunità di base, appartenenti al cattolicesimo cosiddetto “del dissenso”. In particolare, sono debitore dello sviluppo di una maggiore sensibilità circa la realtà delle coppie omosessuali e dei loro diritti alla comunità di base di Pinerolo ed al suo presbitero e animatore, Franco Barbero”.
Come ha reagito la società marsalese al matrimonio tra le due donne?
“Beh, staremo a vedere: per quanto ne so, glielo stiamo comunicando con questa intervista”.
------
Paolo Patanè sapeva. Anche lui. Il siciliano partito per Roma e oggi a capo di Arcigay nazionale era al corrente dell’unione tra le due donne che è stata benedetta qualche giorno fa nella chiesa Valdese di Trapani e Marsala. Anche lui aveva rispettato la richiesta di silenzio delle spose. E anche lui si trova costretto a glissare sulle domande che riguardano la funzione che ha visto protagoniste le due donne. “Ovviamente non è un matrimonio – dice – si è trattato della benedizione di una unione, ecco. Trovo che si tratti di un gesto dall’impatto simbolico molto forte, che dovrebbe spingere a una riflessione più ampia. In più lo trovo ancora più bello perché non ostentato. Al contrario, è stato sussurrato, in silenzio, a riflettori spenti”.
Trent’anni fa, a Giarre, una coppia di giovani omosessuali si suicidava. Oggi due donne consacrano la loro unione a Marsala. Palermo sta in mezzo. La stessa Palermo che si prepara ad ospitare il gay pride regionale.
“Questi trent’anni che ci separano da quel suicidio segnano un cammino importante, frastagliato, non sempre sereno. Da quel fatto di cronaca nacque a Palermo in primo circolo Arcigay d’Italia. Comunque io leggo una poesia incredibile nell’intera vicenda. La loro visibilità, il coraggio dimostrato da queste due donne, in parte arriva da lontano, proviene dal cammino che in questi trent’anni si è fatto, proprio a partire da Giarre”.
E il Pride a Palermo?
“Il Pride a Palermo è un banco di prova importante per tutta la città. Che la comunità lgbt (lesbica, gay, bisessuale, transessuale, ndr) sia cresciuta, quello è un dato certo. Adesso bisogna fare i conti con la crescita complessiva della città, con la risposta che Palermo saprà dare a questo evento”.
Era già successo altre volte che in una chiesa siciliana si benedicesse l’unione tra due persone dello stesso sesso?
“No, che io sappia è la prima volta. Non ho contezza di altri casi simili”.
Quale sarà stata, secondo lei, la reazione della gente di Marsala?
“Beh, la gente l’avrà saputo. Vede, io credo che nulla disarmi le persone quanto la normalità di essere se stessi. E questo gesto è stato vissuto con una normalità disarmante”.
Cosa manca per raggiungere questa normalità?
“Io non credo che servano tantissime cose. Basterebbe ricordare che il nostro è un ordinamento laico sulla base della carta costituzionale e che il matrimonio civile deve essere un diritto di tutti. La Chiesa si rivolge ai credenti. Lo Stato deve parlare a tutti. L’Italia si guardi attorno e si renda conto che essere parte dell’Europa significa qualcosa di più che starci dentro. Invece vedo un’Europa dei diritti sempre più grande, a fronte di un’Italia sempre più piccola”.
Lei e il pastore Esposito vi conoscete?
“No”.
Cosa vorrebbe dirgli?
“Che certi gesti confermano che esiste un’alternativa per credere in Dio e non dividere gli uomini. Io credo che sia inaccettabile che le religioni dividano, di qualunque separazione si stia parlando. Il gesto del pastore di Marsala ne è la prova: quello che ha fatto è stato benedire un’unione. Quando la religione unisce fa un servizio alla giustizia, alla bellezza e, per chi ci crede, anche a Dio”.
NOTE
Entrambe le interviste sono tratte da www.livesicilia.it. Link alla prima Le spose di Marsala, link alla seconda L'Arcigay: "Dio deve unire"






Leggila!













ASSOCIAZIONE RADICALE ENZO TORTORA
ASSOCIAZIONE RADICALE ADELAIDE AGLIETTA
ASSOCIAZIONE FRECCIA 45
ASSOCIAZIONE RENZO & LUCIO










