UN MATRIMONIO CHE "S'HA DA FARE"
di Marco Marzano*
La chiesa cattolica promette di cooperare alla denuncia e alla repressione dei gravissimi abusi sessuali commessi da alcuni membri del suo clero in diverse parti del mondo negli ultimi decenni. Speriamo ovviamente che si tratti di un proposito sincero e che ai proclami seguano i fatti. Auguriamoci anche che la Gerarchia e gli intellettuali cattolici rinuncino definitivamente ad identificare nella crescente libertà sessuale o addirittura nell’aumento dell’omosessualità (è la tesi popolare negli ambienti integralisti americani ripresa di recente dal cardinal Bertone) le cause principali della diffusione della pedofilia nella Chiesa.
Speriamo infine che la gerarchia cattolica respinga con decisione le interpretazioni di quegli atei devotissimi che nello scandalo dei preti pedofili hanno immediatamente intravisto l’ennesimo tassello dell’offensiva nichilista contro il cattolicesimo, il subdolo pretesto utilizzato dagli eterni nemici della fede per indebolire la reputazione e il prestigio della Chiesa e del Pontefice, e con essi la forza di ogni autorità religiosa e morale.
Spiegazioni come questa possono forse eccitare qualche animo all’interno dell’ultra destra cattolica ma non fanno certo un buon servizio alla Chiesa, perché rafforzano nell’opinione pubblica, e anche in tantissimi cattolici praticanti, la sensazione che la Gerarchia sia preoccupata soprattutto di curare il proprio orgoglio ferito, accreditando l’immagine della Chiesa come istituzione intoccabile e superiore, altezzosa e distante dal suo popolo. Al contrario, quella che molti vorrebbero finalmente incontrare sul proprio cammino è una comunità ecclesiale capace di dichiarare apertamente la propria correità negli errori del passato e di invocare umilmente il perdono delle vittime, un’istituzione in grado di pronunciare parole impegnative di speranza e di giustizia, di riconoscere i propri peccati e l’urgenza indifferibile della sua riforma.
Per far questo è chiaro che la «tolleranza zero» verso i preti pedofili non basta e anzi, se tradotta nell’esecuzione di processi sommari incalzati dalla pressione mediatica, può anche peggiorare le cose, aumentando dolorosamente ingiustizie e sofferenze. Ciò che la Chiesa deve mettere in discussione con urgenza e con coraggio è la norma principale tra quelle che da mille anni disciplinano il funzionamento del suo clero: il celibato obbligatorio. Tre argomenti, tra gli altri, possono essere addotti per riconoscere le conseguenze negative della sopravvivenza di questo istituto nella chiesa contemporanea. E per comprendere in quale contesto si sia sviluppata la pedofilia all’interno del clero.
Il primo argomento è di natura organizzativa. Chi sceglie il sacerdozio si lega in modo esclusivo alla Chiesa, rinuncia alla vita familiare e all’accumulazione di propri beni materiali, accetta di ricevere una formazione intellettuale (la teologia appresa in seminario) inutilizzabile al di là dell’attività pastorale, acconsente a coltivare legami solo temporanei con le comunità di fedeli che è chiamato a di volta a volta a guidare, rendendosi disponibile a trasferirsi in ogni momento, per esigenze di servizio, nei luoghi scelti per lui dai suoi superiori. In cambio, l’istituzione non solo fa mostra di un’amplissima tolleranza verso le sue “cadute nel peccato” (in primo luogo è ovvio quelli della carne) ma gli offre la garanzia di un’efficace e discreta protezione nei casi più gravi, ad esempio una paternità imprevista o, probabilmente meno di frequente, un’attrazione sessuale eccessiva per qualche giovane parrocchiano. E in altri casi ancora.
Questa è la «costituzione materiale» che regola i rapporti tra la Chiesa e i singoli sacerdoti, il fondamento delle omertà e delle reticenze dell’istituzione e di quell’ipocrisia addestrata e normalizzata che costringe molti preti a predicare bene dal pulpito e a razzolare male o malissimo una volta discesi, a vivere, spesso con dolore, nella menzogna istituzionalizzata permanente. Da questo punto di vista, la regola medioevale del celibato obbligatorio incoraggia lo sviluppo di oscure complicità nel corpo della Chiesa e pesa come un macigno sulla vita dei tanti ministri che non hanno scelto l’abito talare per poter rimanere celibi ma che al contrario hanno assecondato la vocazione al sacerdozio malgrado essa comportasse l’inevitabile corollario della regola celibataria.
Il secondo argomento è di natura demografica. In questo caso, l’istituto del celibato si combina con il declino delle vocazioni al sacerdozio. E’ presumibile che in tempi di sovrabbondanza di vocazioni, e cioè fino al Concilio, i reggitori dei seminari potessero, con un certa facilità, allontanare da lì tutti coloro che manifestassero tendenze “non ortodosse”, poco in linea con l’esercizio di un celibato virtuoso (o di quello che veniva ritenuto tale). Poteva bastare, questo raccontano molti sacerdoti, una cotta violenta per una vicina di casa perché un giovane seminarista venisse immediatamente invitato a «fare la sua scelta»: dentro o fuori; da una parte il seminario e quindi il celibato e la rinuncia, dall’altra l’amore e quindi il matrimonio e la famiglia. Era sufficiente, a quei tempi, che un giovane fosse un po’ più attento del normale al suo aspetto, e per esempio si pettinasse troppo di frequente, perché venisse immediatamente sospettato di omosessualità dai superiori e per questo allontanato dal seminario. In quegli anni, il reclutamento dei preti era un affare semplice, l’offerta di vocazioni che proveniva dalla società era così alta che per un seminarista che abbandonava ce ne era certo un altro che varcava la soglia dell’istituzione. E quest’ultima poteva, certo facendo ricorso a metodi piuttosto rozzi sul piano della sensibilità psicologica, scegliere, separare, filtrare (anche se qualche «lupo» attraversava pur sempre le maglie strette di quella selezione). Ad ogni modo, qual è la situazione attuale? Stanno ancora così le cose? Può ancora permettersi oggi questo atteggiamento la chiesa cattolica, con i seminari vuoti e con un clero diocesano dall’età media sempre più vicina a quella del pensionamento? E quali competenze psicologiche vengono messe in campo nei luoghi di formazione del clero per valutare adeguatamente la maturità affettiva dei futuri presbiteri? Chi si fa carico di giudicare la loro maturità sessuale e relazionale?
Il terzo ed ultimo argomento è di ordine psicologico e motivazionale. In un passaggio della discussa intervista al Giornale, il capo della squadra anti-pedofili della procura di Milano Pietro Forno ha confessato di coltivare un dubbio: “[…] che ci siano sacerdoti che scelgono di fare i sacerdoti per abusare, perché è oggettivo che nella scelta del sacerdozio c’è un enorme facilitazione nell’avvicinare le vittime”. E’ ovvio che le parole del magistrato vanno prese «cum grano salis» e che occorre evitare l’insensata assimilazione della vocazione al sacerdozio con quella alla pedofilia. Quello che ci si può legittimamente chiedere è però se, tra i candidati al sacerdozio la percentuale di persone dalla sessualità disturbata non stia per caso crescendo, a danno di quella dei giovani motivati da una genuina volontà di servizio alla chiesa e alla comunità: una deriva evidentemente pericolosissima per il futuro della Chiesa.
Il fatto è che i preti non godono più nemmeno lontanamente del prestigio sociale, culturale e politico di un tempo; esercitano la loro azione pastorale a vantaggio di una popolazione di fedeli sempre più anziana; sono chiamati a celebrare «riti di passaggio» completamente svuotati del loro significato sacramentale per tanta parte dei partecipanti. Quanti sono oggi i funerali o i matrimoni nei quali la stragrande maggioranza dei presenti non proferisce verbo, non sa quando alzarsi e quando sedersi, non si avvicina all’eucaristia (e spesso non spegne il cellulare o, nel caso dei matrimoni, il flash della macchina fotografica?). Quanti giovani, anche tra i praticanti, si avvicinano al sacramento della confessione? E quanta difficoltà incontrano i pochi che ancora lo fanno a pensare alle proprie azioni in termini di «peccati» e non di «problemi»? Senza trascurare le incombenze pratiche, gli oneri burocratici che l’assottigliamento dei ranghi producono inevitabilmente e che costringono, per fare un esempio, alcuni parroci del sud ad impegnarsi nel cosiddetto «rally del prete», ovvero a precipitarsi in auto, appena finita una celebrazione e con indosso ancora i paramenti sacri, nella parrocchia vicina rimasta sprovvista di clero.
Il quadro generale (con alcune straordinarie eccezioni) è dunque quello di un ceto in difficoltà, costretto ad esperire continue frustrazioni, a «remare contro» la corrente della secolarizzazione e del distacco, soprattutto dei giovani, dalla chiesa e dalla religione. In questa situazione, molti sacerdoti rischiano di essere sempre più soli, sfiduciati, demotivati, separati dalla vita sociale, privati di quella considerazione e di quel rispetto diffuso che un tempo ne leniva la solitudine ammorbidendo la durezza del celibato, compensata da altre gratificazioni. Preti come questi difficilmente possono fungere da esempio virtuoso, divenire oggetto di ammirazione e di imitazione per i giovani credenti.
In questo contesto, l’obbligo del celibato non fa che peggiorare la situazione. Perché le giovani generazioni di cattolici impegnati che costituiscono il naturale bacino di reclutamento del nuovo clero, pur amando la Chiesa e servendola quotidianamente, si distanziano sempre meno (lo conferma la ricerca di Barbagli, Dalla Zuanna e Garelli) dai loro coetanei non praticanti per ciò che riguarda la morale sessuale e non sono dunque così ansiosi di rinunciare ad una normale vita affettiva. Mi piace pensare che se a molti di costoro (anche se sposati, omosessuali o donne) fossero spalancate le porte del sacerdozio anche il problema della pedofilia diventerebbe meno grave.
*NOTE
Marco Marzano insegna Sociologia all'Università di Bergamo, è tra i fondatori della rivista "Etnografia e Ricerca Qualitativa" e autore del libro "Cattolicesimo magico". Questo pezzo è tartto dal numero di Reset di maggio/ giugno 2010.






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